Cosa vorrei che i miei studenti imparassero

In questi giorni sto per concludere l’annuale corso che tengo all’Università su… … … beh diciamo su vari aspetti del digitale nelle scienze umane (in particolare, quest’anno, sulla biblioteca digitale).

Un recente post di Roy Tennant mi ha fatto riflettere su quale sia il fine primo di simili corsi. Sostanzialmente Roy Tennant vorrebbe che i suoi studenti capissero:

  • che, anche se sono vicini alla laurea, questo è solo l’inizio di un lungo cammino nell’apprendimento che dovrà essere permanente
  • che, anche se lo studio e l’apprendimento permanente possono risultare faticosi e un lavoro a tempo pieno, in realtà tutto questo è anche divertente e stimolante
  • che è una buona idea scovare persone nel proprio campo che si ammirino particolarmente e chiedere loro suggerimenti per una proficua carriera
  • che è necessario scovare opportunità (di crescita di esperienza etc)
  • che, laddove queste opportunità non ci siano, è necessario crearsele
  • che durante il corso di studi è auspicabile avviare contatti (e esperienze, stage etc) con organizzazioni per le quale si vorrebbe in futuro lavorare.

In realtà non sono particolarmente entusiasta di tutti i punti elencati da Tennants anche perché temo che alcuni di questi mal si adattano al contesto italico (ho presente certi stage che sono soltanto bieche sostituzioni di manodopera più o meno qualificata a basso costo), ma questo post mi ha spinto a analizzare ancora una volta l’obbiettivo primo delle mie lezioni.

La prima lezione del mio corso è un riassunto delle abilità tecniche necessarie in archivistica (vedi il post i Eric Lease Morgan Technical skills of librarianship e l’immagine sottostante)

In realtà devo concordare con Dorothea Salo e le sue sei parole magiche che Enrico Francese ha riassunto in un Hmmmmmm. Chissà come funziona? (o, se si vuole rispettare la “metrica”, “Hmmm, mi chiedo come diavolo funzioni”).

Ecco ciò che vorrei che i miei studenti imparassero è la curiosità, quasi ossessiva direi, io non dovrei neanche provare a iniziare una lezione frontale, ma vorrei essere subissato da domande e se sono domande a cui non ho ancora una risposta… beh tanto meglio!

Purtroppo spesso l’auditorium è abbastanza apatico, ma temo che ciò dipenda anche dal “relatore”😉

 

8 pensieri su “Cosa vorrei che i miei studenti imparassero

  1. Durante la mia carriera universitaria ho conosciuto tanti ragazzi che come me cercavano di sopravvivere agli infiniti esami🙂 Alcuni erano li perché erano effettivamente curiosi, molti altri, temo, perché non avevano alternativa. Cioè in questo paese dopo il liceo che fai? l’università, perforza. Io non ho mai avuto voglia di studiare, inteso come leggere un libro ed impararselo, ma sono sempre stata affamata di sapere. Mi piace conoscere il mondo, saper collegare gli eventi che succedono tra loro, questo lo attribuisco alla mia curiosità innata. Ma mi dispiace vedere che purtroppo sono poche le persone che la pensano come me. Come ho già detto, molti studenti vedono l’università come un passaggio obbligato, e talvolta, non sono nemmeno entusiasti del percorso di studi scelto. Certo è che la curiosità la si deve anche saper trasmettere. Nelle nostre scuole/università ci sono tali mummie che non sanno proprio insegnare, poi ovvio che lo studente si addormenta a lezione e non si incuriosisce minimamente della materia!
    Un saluto,
    Lia

    • Capisco il problema e hai ragione.
      Non sono poi passati molti anni da quando ero dall’altra parte dei banchi (e, inciso, qui il mio primo errore… perché spiegare necessariamente stando di fronte agli studenti e non seduto con loro?) e venivo sballottato tra mille corsi, esami, esamini etc.

      E mi prendo le mie colpe anche come oratore… magari non in quanto canuto e polveroso, ma forse perché eccedo nell’aprire infinite parentesi, generando così un sovraccarico cognitivo😀

      Potrei concludere dicendo “migliorerò”… ma sono ragionevolmente convinto che rimarrebbe un ennesimo proposito lasciato a metà!😉

  2. sembra surreale che ci sia così tanta “tecnica” in un mestiere che nel mio immaginario era sostanzialmente legato al mondo delle lettere, e dei concetti. Nella lista mancano gli RDF che se ti interessi di semantica non possono mancare🙂 http://www.w3.org/RDF/

    • Sì mancano RDF, Topic Maps e tante altre cose… Ma una lista del genere (quella di Eric Morgan o qualunque altra) sarà sempre incompleta o prima o poi obsoleta. Per questo è necessario insistere sul come (la curiosità, la voglia di capire come funziona etc) prima del cosa.

      Hai inoltre perfettamente ragione, è surreale quanta tecnica (legata all’informatica o meno, penso anche alla sola catalogazione) ci sia in questo mestiere. Va detto però che una simile sorpresa si registra soprattutto in Italia, all’estero qualunque esperto di catalogazione (ad esempio) conosce molto bene questi aspetti. Voglio dire, Karen Coyle non saprà amministrare un server unix (non è questo ciò che serve a noi) ma dublin core, rdf e soci li conosce fin troppo bene.

    • @simone: argh! il pregiudizio biblioteche = cultura = lettere mi perseguita da tutta la vita!😀 Sono un laureato in lettere innamorato dei libri, che fino al 2000 disprezzava la tecnologia. Ma lavorare in un sistema bibliotecario mi ha fatto capire quanta scienza ci vuole all’interno di una biblioteca: logica, ipertesto, classificazioni e tassonomie, database, web web e ancora web. Avessi mantenuto un po’ di interesse scientifico nei miei studi, ora me la caverei molto meglio😉

      Battute a parte, credo che questo pregiudizio sia un male della biblioteconomia oggi, sia dal punto di vista di chi la insegna e chi la studia, ma soprattutto dal punto di vista dell’utente, che da una biblioteca si aspetta cose che ai bibliotecari magari non vengono neanche in mente.

  3. @lia: il passaggio dell’università non è sempre solo dovuto all’incertezza dello studente, che tende a rimandare l’ingresso nel mondo del lavoro e delle responsabilità per passare altri 4-8 anni a gironzolare fra i banchi (quanti ne ho conosciuti…); è dovuto anche alla massificazione e all’abbassamento dell’istruzione in generale: come discutevamo con Shaitan in un altro post, forse l’università non serve a nulla, ma visto che tutti una laurea ce l’hanno diventa quasi un requisito minimo obbligatorio.

    Sull’aspetto pratico ti do ragione: laureato in lettere (non ridete!) devo il mio ingresso nel mondo del lavoro a un corso di formazione professionale, grazie a cui mi sono inserito nel mondo delle biblioteche. E lì, armato di orecchie aperte, ho imparato una caterva di cose che, tanto per fare un esempio, mi stanno facendo emergere fra i miei compagni di master in Digital Library. Ad esempio: la mia compagna statunitense del master ha una laurea triennale in Library Science. Dopo alcune conversazioni, mi confessa: “mi sento così in soggezione, sembrate tutti più preparati di me. E’ vero, ho una laurea, ma il mio corso universitario non è stato così complesso…” Come vedete, non sempre una preparazione accademica corrisponde a un bagaglio di conoscenze utile e spendibile.🙂

  4. Pregiudizio è una parola chiave: la mia tesi di dottorato mi ha portato a essere etichettato da alcuni con “quello che fa la tesi in informatica”…

    per capirci una riflessione parallela a quella che ho condotto io è stata portata avanti in questi anni da Martha Yee (la sua ricerca è poi stata riassunta nel 2009 in “Can Bibliographic Data Be Put Directly Onto the Semantic Web?” http://repositories.cdlib.org/postprints/3369/)

    Che possiamo fare? Niente, continuare a smontare e a rimontare con curiosità i vari aggeggi per capire come funzionano, ignorando eventuali etichette che ci vengono appiccicate

  5. Pingback: Mind Matters » Se vuoi lavorare in biblioteca…

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