Riflessioni sul dottorato di ricerca in Italia

Chi ha seguito il mio precedente blog sa che nel corso del 2010 mi sono addottorato.

In quel post rimandavo a una successiva occasione una valutazione sul dottorato (in generale e nello specifico del dottorato di ricerca in Scienze bibliografiche, archivistiche e documentarie e per la conservazione e restauro dei beni librari ed archivistici dell’Università di Udine).

Da quando ho iniziato il dottorato, nel 2007, diverse persone mi hanno scritto per consigli in vista del test di ingresso. La mia risposta iniziava sempre nello stesso modo: “non farlo!”.

Non farlo per una serie di motivi:

  • il tempo si tratta di tre anni che devi (dovresti… il passaggio di modo verbale dipende poi dalla proprio moralità) dedicare ad un’unica ricerca. Io francamente lo trovo poco stimolante. Nel mio caso specifico ho avuto la fortuna (e un pizzico di abilità) di poter collegare la mia ricerca a una costellazione di altri progetti paralleli, ma non credo sia sempre possibile. Personalmente credo che se non avessi avuto questa fortuna il tema di ricerca mi sarebbe presto venuto a noia…
  • la ricerca stessa: in molti casi non è una ricerca, ma è un lavoro (probabilmente sottopagato) di catalogazione o di inventariazione archivistica
  • l’aspetto economico (che per me è il meno significante): pur avendo ottenuto il dottorato con borsa, nel corso dei tre anni ho dovuto (anche qui il modo del verbo è dettato dalla propria moralità) rifiutare una caterva di contratti e occasioni. La borsa, pur aumentata nel corso del 2008, è sicuramente inadeguata per ciò che si configura come un lavoro a tempo pieno e credo che rappresenti una sorta di rimborso spese dei vari viaggi per studio/lezione e dell’affitto per chi è fuori sede. Non oso immaginare come possano dedicarsi interamente alla ricerca (come viene richiesto) i dottorandi senza borsa
  • l’aspetto formativo: su questo tornerò parlando nello specifico del dottorato di Udine
  • il titolo: a fronte di tutti questi aspetti negativi di solito si ribatte che lo si fa comunque per il titolo, il famoso pezzo di carta. Senza scadere nella volgarità credo che l’uso migliore di quel pezzo di carta in Italia è di risparmiare in kleenex. In Italia il titolo di dottorato vale poco e nulla, raramente è richiesto nei contratti e, generalmente, non porta neanche a una maggior considerazione in ambito accademico e lavorativo. Sarà che in Italia sono considerati dottori quasi anche chi porta a termine una laurea triennale, ma all’estero (dove il titolo di Dr. è riservato ai PhD… che non per niente significa Philosophiæ Doctor) è ben diverso.
    Se scorrete la lista delle offerte di lavoro che a volte passano su mailing list come CODE4LIB o NGC4LIB trovate posizioni di post-doc con offerte che possono aggirarsi sulle decine (plurale, in Italia è singolare) di migliaia di dollari annui (l’ultima che ho visto erano 60000$). Certo può essere un caso limite, certo bisogna vedere il costo della vita etc. Ma ancora una volta ciò che importa non è il mero denaro (sarebbe una visione un filo squallida della vita), ma va sottolineata la differente considerazione che viene dedicata a certe figure professionali. Qui mi è capitato di assistere (per fortuna io non ero parte in causa) a diversi casi in cui un Post-doc è ritenuto meno importante, nell’ecosistema universitario, rispetto a una segretaria o a un bidello (e per tanto può essere sbattuto in qualche stanzina del sottoscala).

Parlando invece del dottorato di ricerca in Scienze bibliografiche, archivistiche e documentarie e per la conservazione e restauro dei beni librari ed archivistici di Udine devo dire che se da un lato i professori responsabili risultano essere tra i massimi esperti italiani nelle differenti discipline, dall’altro non c’è proprio l’occasione per una proficua trasmissione delle loro competenze.

Le lezioni sono uguali per tutti e tre i cicli, per cui non c’è la possibilità di costruire un percorso formativo e c’è anche il rischio di assistere alla stessa identica lezione a distanza di un anno.

Inoltre essendo un dottorato frutto di università consorziate le lezioni sono disseminate in giro per l’italia, una tantum, diventando così più una tassa verso trenitalia che un’occasione di crescita. Credo che la difficoltà di coordinare e gestire diverse università consorziate sia anche uno dei motivi per cui dal 2011 questo dottorato non è più attivo.

Infine vista la vastità degli argomenti (dal libro antico, al web semantico, dalla bibliologia, all’archivistica informatica, dalla catalogazione all’inventariazione etc.) le lezioni risultano essere o troppo generiche (e quindi equiparabili a una lezione di un corso universitario) o dedicate a una nicchia degli allievi presenti.

Mancano poi, a mio avviso, gli spazi per la condivisione delle idee fra i dottorandi: io conosco le ricerche dei miei colleghi (solo del mio anno, però) per averne parlato a cena (ecco il vantaggio di essere un dottorato itinerante è quello di poter apprezzare diverse cucine tipiche)). Non abbiamo mai avuto (se non nella discussione finale) un’occasione per presentarle e discuterle fra di noi.

La mia conclusione personale è dunque non fatelo, o fate un PhD riconosciuto all’estero nell’ottica di mettere a frutto questo titolo (e le competenze che certifica) altrove. Purtroppo.

10 pensieri su “Riflessioni sul dottorato di ricerca in Italia

  1. Finalmente, aspettavo questo post da un sacco di tempo🙂
    Innanzitutto specifico che io sono uno di quelli che ti ha chiesto consigli sul dottorato in sé e sull’esame di ammissione – consigli preziosissimi e dei quali ti ringrazio.
    Faccio alcune riflessioni su quanto scrivi:

    1) quello che scrivi, soprattutto nei primi punti ma non solo, mi sembra si applichi a tutti i corsi di dottorato in Italia, o sbaglio? Mi sarebbe interessato leggere dettagli maggiori su quello di Udine: oltre a quello che scrivi nella seconda parte, interessantissimo, sarebbe interessante entrare nello specifico delle singole lezioni, dei singoli temi, del punto di vista dei professori, dei dialoghi e degli scambi. Non capisco se quello che (non) leggo deriva proprio dalla mancanza di tutte queste cose, o se ci sono diverse reticenze, ad esempio il tempo di scendere nello specifico, o il rischio di scivolare in aneddoti e idiosincrasie, che magari funzionano meglio in una chiacchierata davanti a una birra che non in un blog.😉

    2) in che senso il dottorato non è riconosciuto all’estero? mi risulta che il titolo di PhD sia riconosciuto come tale – a parte le differenze poi di prestigio, di contenuti, ecc. dei vari corsi – mi sbaglio?

    3) il pezzo di carta. Condivido le amarissime riflessioni, però mi secca dover ammettere che il pezzo di carta, per quanto ignorato dai nostri illuminati amministratori, è utile. E’ utile perché è vero che non viene mai richiesto, ma mannaggia a lui fa comunque punteggio. Fa punteggio magari in un concorso per tecnico-amministrativo C, dove non a caso partecipano caterve di laureati, ma a volte può tirarti fuori dalla massa di disperati. In questo clima c’è pure la possibilità che diventi quel mattoncino in più.

    Sul resto non ho altri commenti: si tratta di un quadro lucido ed esauriente, che aspettavo da tempo di conoscere. Grazie🙂
    A presto
    Enrico

    • Ciao Enrico, innanzitutto proprio come dici tu, le considerazioni iniziali (eccettuata la formazione relativa solo al caso che conosco) sono estese al dottorato in generale in italia.

      Per il punto 2 probabilmente mi sono espresso male, il fatto che sia riconosciuto all’estero è l’unico (almeno per me) aspetto positivo del tutto! E il consiglio è proprio questo: addottorarsi e emigrare (se si può/vuole… il mio inglesorum personalmente me lo sconsiglia, oltre a amare troppo la cucina italiana o meglio destare quella estera)

      Punto 1:
      sul dottorato di Udine ci sarebbe molto da discutere, non so quanto ne valga la pena visto che nel triennio 2011-2013 non sarà più attivo…
      In breve erano 4/5 incontri sparsi in un anno di 2 giorni ciascuno: 10-16 ore di lezioni frontali
      Già qui si capisce l’impostazione.
      Dialogo? boh su 3 anni ricordo una lezione del prof. Solimine che è diventato un dibattito interessante e anche accesso e il finale di una lezione della prof.sa Rossi di Tor Vergata.

      Intendiamoci le altre lezioni erano quasi tutte di alto livello, ma oscillavano fra l’intervento da convegno e la lezione universitaria.

      Punto 3: sì, fa punteggio (a volte, non sempre… ricordo un concorso per un bibliotecario C qui all’università di Pavia dove non faceva punteggio neanche la laurea… avevo scritto un post piuttosto seccato al riguardo), ma quanto? Rispetto a quanto vengono fatti pesare gli anni di stage/servizio come cococo-progetto/volontariato/servizio civile etc presso l’istituto fa quasi sorridere il peso che ha…

  2. Ciao Shaitan! Mi scuso per il mio ritardo nell’intervento visto che il post risale a 4 mesi fa, ma le circostanze della vita mi hanno portato ad avvicinarmi al dottorato in Scienze bibliografiche, archivistiche e documentarie e per la conservazione e restauro dei beni librari ed archivistici dell’Università di Udine, solo oggi. Se ancora hai tempo da dedicare a questo tema, volevo chiederti informazioni più precise sul perchè per il triennio 2011-2013 il dottorato non è stato attivato, e soprattutto se nei prossimi anni ci sono possibilità che venga riattivato. Grazie.
    A presto
    Lorenzo
    P.S. A proposito del tuo dottorato, quale progetto di ricerca hai presentato?
    P.P.S Ultima domanda: ti sei laureato ad Udine o in altra università?
    Grazie di nuovo!

    • Ciao Lorenzo,

      non ho idea se il dottorato di Udine verrà riattivato nei prossimi anni (posso informarmi e aggiornarti), con l’aria che corre io opterei per il no. I motivi per cui si è fermato credo siano molteplici: fondi, professori che avevano un ruolo centrale nell’organizzazione del dottorato andati in pensione, alcune delle università consorziate hanno preso un’altra strada (questo era già successo negli anni precedenti).

      La discussione finale l’abbiamo sostenuta tutti a udine, la mia ricerca l’ho condotta fra Pavia e Milano (non ho idea di quale università consorziata abbia pagato la mia borsa di studio, forse Roma, ma a poca importanza alla fine.

      La mia tesi era sulla possibilità di inserire descrizioni archivistiche (documentazione, soggetti produttori, conservatori etc) direttamente nel web semantico a partire da un caso concreto che era il fondo Testori.

      Alcuni degli argomenti li ho ripresi nell’articolo su JLIS
      Descrizioni archivistiche e web semantico: un connubio possibile? http://leo.cilea.it/index.php/jlis/article/view/27, mentre le slide della discussione sono qui http://www.slideshare.net/shaitan/frammenti-semantici

  3. Pingback: Bah « Frammenti Semantici
  4. Non sai quanto mi rallegra leggere questo post! Nel 2007 mi trovavo davanti al bivio se tentare la strada del dottorato (Udine e Siena le mie alternative) e per motivazioni analoghe a quelle da te ora presentate (del tipo: che serve il dottorato se poi i pochi concorsi richiedono a volte il solo diploma? il progetto di ricerca non è a volte semplice “sfruttamento di manodopoera” a basso costo?) mi son detto NO. Del resto molte delle competenze necessarie (= di tipo informatico) non vengono acquisite nei tre anni di dottorato e questo semplicemente perché nemmeno i docenti sono spesso aggiornati. In questo senso se uno ha voglia di apprendere ed approfondire i siti web specializzati (spesso esteri) sono la miglior fonte e non è indispensabile sottoporsi (non dico comunque inutile, in quanto tramandare competenze e un metodo agli “allievi” è indubbiamente importante) alla vecchia lezione frontale all’italiana.

    Saluti!

    • A me rallegra meno perché avrei avuto un compagno di studi con cui parlare di tecnologie legate agli archivi, biblioteche digitali, conservazione del digitale and so on…🙂

      Condivido tutto ciò che hai detto, toglierei “spesso” da “nemmeno i docenti sono spesso aggiornati”. Almeno per il dottorato di Udine, Siena non so.

      Ovviamente non è una critica nei loro confronti, è che si occupano di cose diverse (immagino che un dottorato con figure come Luciana Duranti, Mariella Guercio, Stefano Vitali etc potrebbe essere più incentrato sugli aspetti dell’archivistica informatica).

  5. Ciao, sono alla ricerca di consigli…
    Sto facendo la magistrale di scienze archivistiche e biblioteconomiche all’Università di Firenze. Mi piacerebbe moltissimo fare un dottorato, ma vedendo la situazione generale e quello che anche tu mi confermi, sarebbe molto più producente e interessante farlo all’estero. Ma dove? Hai un’idea di dove potrei concentrare la mia attenzione e le mie ricerche? grazie!

    • Ciao Irene,

      ipotizzo (dalle chiavi di ricerca) che ti interessi più il ramo archivistico (se sbaglio dimmelo).

      Non conosco bene la situazione in europa (dovrei informarmi) ma per l’america un buon sito da cui partire è quello della Society of American Archivist (quelli che tra l’altro si occupano dello sviluppo di ead e eac-cpf) http://www2.archivists.org/

      In particolare c’è la sezione Directory of Archival Education http://www2.archivists.org/dae dove puoi fare un po’ di richieste selezionando solo phd o master e vedere i programmi.
      Certo la SAA (e in america in generale) spingono verso la figura di digital archivst, ma è comunque un punto da cui iniziare

  6. Grazie mille per la velocità nella risposta!!
    è da tempo che lavoro nel settore biblioteche ma, grazie agli studi, mi sto avvicinando all’archivistica. Diciamo che mi piacerebbe sperimentare anche questo settore, ma per il momento mi conviene rimanere dove sono. Preferirei comunque rimanere in Europa… per il settore biblioteconomia sai qualcosa? grazieee

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