Il workflow della digitalizzazione in archivio

Sul blog memoriapuntodoc ho avuto un interessante (se riuscite a dribblare le punzecchiature ironiche e credo di esserne stato abbastanza capace) scambio di vedute sulle digitalizzazioni in archivio.

Ci ho messo un po’, ma credo alla fine di aver chiarito la mia posizione in proposito (ultimamente sto avendo difficoltà a farmi capire, il che – chissà – potrebbe essere un indice preoccupante di un declino nell’arte oratoria coinciso con l’abbandono – almeno attuale – del ramo della ricerca… speriamo di no).

Riepilogo brevemente alcuni concetti che mi sono cari.

Il tutto nasce dalle domande in seguito alla presentazione del cammino open source intrapreso da xDams (di cui avevo parlato nel precedente post). Come possono e devono gestire le digitalizzazioni i software di descrizione archivistica?

Dal mio punto di vista non è ottimale che i software di descrizione archivistica gestiscano i master (cioè il risultato primo) della digitalizzazione. Questi sono, generalmente (poi, ovviamente, ci sono casi specifici, esigenze diverse, progetti “amatoriali” o quasi, etc) immagini ad alta qualità, molto pesanti, che richiedono procedure e trattamenti particolari (e con server destinati esclusivamente a loro, sia per la questione dello spazio sia per la pesantezza dei processi necessari a trattare queste immagini).

Quindi, dal mio punto di vista, il workflow potrebbe essere questo:

  • Si crea la descrizione archivistica con uno specifico software che questo fa di mestiere (esempio Archimista, lo stesso xDams, CEI-Ar – intendendo il software stand alone non l’intero progetto – etc.)

  • Si digitalizza (in house in outsourcing, fate vobis… su questo tornerò magari in seguito)

  • Si maneggiano i master (presumibilmente in formato TIFF e ad alta qualità) con un software che questo fa di mestiere (ad esempio Codex[ml], Dolly – rimando all’articolo su digitalia – o quello che volete)

  • In questa fase tra la varie attività del nostro software di gestione immagini, oltre a creare derivate a qualità minore per la fruizione, ci sarà anche quella di creare tutta quella serie di metadati descrittivi, amministrativi, gestionali, tecnici etc necessari alla fruizione e conservazione dei nostri assets digitali. Alcuni di questi dati saranno inseriti dall’operatore (esempio quelli sui diritti), altri estratti automaticamente (ad esempio i metadati tecnici) e altri (quelli descrittivi) potrebbero arrivare dal nostro software di descrizione archivistica (l’archimista di prima per esempio), ad esempio codificati in EAD (che, non per riproporre una polemica in corso su Archivi23, qui ha effettivamente senso, altrove meno)

  • Infine potremmo voler spedire le derivate che il nostro software che si occupa specificatamente di gestire gli assets digitali ha prodotto al software archivistico (xDams, Archimista etc) affinché queste siano usate per inserirle nell’inventario a stampa o nella pubblicazione dello strumento di corredo via web.

Quindi alla fine che abbiamo?

  • I master ad alta qualità con tutti i metadati (magari racchiusi in un bel file METS) per qualunque esigenza di conservazione o di fruizione futura

  • le derivate + la descrizione che il nostro software di gestione immagini potrebbe usare (se ha, come codex[ml] un modulo di visualizzazione, eventualmente con un “sunto” della descrizione archivistica in dublin core se l’obiettivo è una pubblicazione in portali interdisciplinari

  • le derivate con il contesto archivistico rappresentato in tutta la sua ricchezza all’interno del nostro software archivistico (da pubblicare con l’inventario o online se il software archivistico in questione ha un modulo web)

SOAP (Scan Once for All Purposes) e tutti vissero felice e contenti.

Ovviamente la questione non è così semplice, ma come dicevo all’inizio, questo è per farla breve. Del resto anche nelle soap (opera) nel giorno del matrimonio a chi interessa tutta la storia di litigi (e altro) che magari c’è stata dietro?😉

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