L’inventario archivistico come Platinette

Martedì 29 settembre si è tenuto l’Arianna Day per festeggiare i 15 anni (e oltre) del software Arianna. Auguri!!!

Nel pomeriggio della giornata si è tenuta una tavola rotonda dal titolo “Quale futuro per gli strumenti di inventariazione archivistica?” a cui sono stato immeritatamente invitato.

Avrei voluto parlare del lavoro del gruppo EGAD e del modello concettuale e dell’ontologia RiC (Records in Contexts) che si sta sviluppando, ma appena sento la parola futuro/web semantico/web2/web3 applicati agli archivi mi scatta in mente il pezzo sulla locura della serie tv boris 3 (intendiamoci rimango un entusiasta della prima ora che parlava di archivi e web semantico nel 2005 e bla bla bla)

  • Vedi René in rete […] senza sapere che cosa vogliono, blaterano sempre di futuro. Ed occhi del cuore (l’inventario?) è il passato
  • Cioé?
  • Renato, svegliati, serve un qualche cazzo di futuro… Ma non il futuro alla medical dimension – che è una gran cazzata – Io sto parlano della locura..

Si la locura, la pazzia, la cerveza… la tradizione archivistica ma con una bella spruzzata di pazzia. Il peggior conservatorismo archivistico che però si tinge di simpatia, di colore, di paillette.

In una parola l’inventario archivistico come Platinette. Perché Platinette – avete capito – ci assolve da tutti i nostri mali, da tutte le nostre malefatte…sono un archivista tradizionale, ma sono giovane e vitale perché mi divertono le minchiate del sabato sera. È vero o no?

Ci fa sentire la coscienza a posto, Platinette… Questa sembra essere l’archivistica informatica applicata agli archivi storici: inventari di musichette quando fuori c’è la morte.

L’inventario sì, con il suo cappello introduttivo, la storia archivistica, le note metodologiche, ma con una strana colorata luccicante frociagine, smaliziato e allegro come una cazzo di lambada

E’ la locura, chi l’acchiappa ha vinto. O pensa di aver vinto.

Ora, fuori di metafora e indossando nuovamente abiti più sobri come si confà a chi lavora presso i Gesuiti, cosa intendo dire?

Intendo dire che spesso, troppo spesso quello che si è fatto è prendere inventari tradizionali, monolitici, discorsivi (che funzionano) e spalmarli in campi descrittivi, smontandoli su più livelli e “arricchendoli” di un albero e di qualche svolazzante paiette (so che tutti abbiamo in mente qualche esempio a riguardo…)

Quello che a me sembra è che ci sia stata una degenerazione nell’interpretazione degli standard, che sono passati dall’essere standard di descrizione a standard di struttura dati a modelli di dati che abbiano un rigido corrispettivo in campi di database. Già qui la forzatura è evidente (e anche nel tentativo di sanare questa forzatura rientra il lavoro di EGAD sull’ontologia RiC). Ma il salto dello squalo si ha quando questi standard vengono reinterpretati come standard di visualizzazione.

Non è qui la sede per parlare dell’albero archivistico… Ma giusto un appunto: sicuramente è essenziale come strumento di lavoro per l’archivista, è possibile che sia un’adeguata rappresentazione dell’archivio (si/no/forse/sempre/a volte? rimando all’articolo di Michetti Ma è poi tanto pacifico che l’albero rispecchi l’archivio?  in Archivi & Computer n.1/2009), ma sono abbastanza sicuro che fornisca davvero pochi dati all’utente, al ricercatore, allo storico. Ormai come rappresentazione viene abbandonata anche nella GUI dei computer/tablet etc. Sono abbastanza sicuro che se si facessero test con heat map vedremmo i ricercatori vagare con il mouse fra l’albero senza capirne spesso la ratio.

Purtroppo quando si poteva fare (c’erano fondi) test sulla UX non si sono fatti e ora chiedere un finanziamento su questo appare difficile. Fuori Italia qualche studio c’è, ma niente di così organico come invece fatto dai cugini bibliotecari (ad esempio il What users want di OCLC). In italia c’è davvero poco, ma vale la pena di citare Ask the users di Feliciati.

Nel mio lavoro presso l’ARSI sono due i tipi di inventari online che funzionano bene.

Il primo è il PDF. Sembra strano dirlo ma è così. Soprattutto per gli inventari “di una volta”. Si tratta quindi di replicare l’inventario monolitico aggiungendo alcune funzionalità di ricerca full text etc.

L’altro tipo di inventario che funziona sono quelli estremamente approfonditi. Due in particolare redatti dal bravo Sergio Palagiano, uno su P. Roothaan e l’altro su P. Tacchi Venturi (il trait d’union fra fascismo e Santa Sede). Il primo arriva al documento, il secondo all’unità archivistica ma con indici e descrizioni poderose che allora sì ha senso visualizzare con un bel software che permetta ricerche incrociate, link, visualizzazioni delle immagini, giochi grafici come la timeline o altri messi a disposizione dal progetto simile del MIT. Notate anche – per inciso – che si tratta di due archivi personali, senza grosse strutture rigide, fluidi se vogliamo. Insomma archivi dove l’albero non è fra le scatole…

Gli inventari dove sono presenti solo i livelli alti o dove l’intervento dell’archivista è modesto o si rimanda tutto a un’indicizzazione full text (magari tramite Named Entity Extraction e altre belle cosine simili) funzionano pochino. A prescindere dalla bontà del software in gioco.

Ancora una volta vale il principio cardine del data mining: garbage in, garbage out. Se nel sistema mettiamo monnezza non c’è software che tenga, otterremo monezza. Ma per evitare di mettere monnezza tocca pagare gli archivisti per fare un buon lavoro😉

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